Ferite

Silvia Coletti

Year2025

MediumMixed Media on Board

Dimensions 80 × 120 cm

Acrilico su pannello di compensato, fogli di rame. (Venduto a privato).

Ferite è un'opera di una potenza cruda, che abbandona la figurazione per farsi puro corpo pulsante. Se le altre opere sono "racconti", questa è un "urlo materico".
Da un punto di vista filosofico, l'opera richiama il concetto di "faglia" o rottura dell'essere, dello strappo.
La lamina accartocciata a sinistra non è solo decorativa; è una materia che ha subito una violenza, è stata piegata e forzata. Rappresenta la memoria del trauma: una volta che il metallo (o l'anima) viene piegato, non torna mai perfettamente liscio. La ferita, dunque, non è solo un evento passato, ma una nuova forma dell'essere.
La stratificazione del colore, cioè Il passaggio dal rosso sangue al viola profondo, fino al nero, pur se sbiaditi, rispetto alle ferite, evocano una riflessione sul tempo del dolore. Il rosso è la ferita aperta, il viola è l'ematoma, il nero è l'abisso o l'accettazione del vuoto. È una meditazione sul "Dasein" (Esserci) di Heidegger: l'uomo è gettato nel mondo e le sue ferite sono i segni del suo cammino nel tempo.
Quest’opera rappresenta il passaggio cruciale tra il dolore subito e il dolore espresso.
L'uso della lamina suggerisce un tentativo di protezione (un'armatura) che però è stata scalfita e accartocciata. La divisione in fasce verticali vuole suggerire una stabilità nonostante il caos della superficie. La verticalità è la postura della dignità umana che resiste alla gravità della sofferenza.
"Sono ferito, ma sono ancora in piedi".
La transizione cromatica, opaca rispetto alle lamine di rame per darle risalto, indica un processo di elaborazione.