Italy, 1955
Vent’anni fa, Pino Caminiti ha deciso di cambiare la propria vita. Era la vita di un uomo politico impegnato a cambiare la propria terra, liberandola da arretratezza e sottosviluppo. Ma la sua generazione è stata sconfitta, in questa lotta, e ad altri, più giovani, tocca riprenderla. Si è ritirato in riva al mare, quello jonico, il mare dei viaggi di Ulisse e della Magna Grecia. Molte navi, nel corso del tempo, vi sono naufragate. E fra le sue rive vicine (l’Italia, la Grecia, l’Africa) il mare ha instancabilmente trasportato i resti, depositando le tracce della vita degli uomini. Il legno e il ferro, le ossa, gli stracci, cortecce e radici divelte, strumenti spezzati di giochi e di guerre lontane. Ma anche corpi affamati in cerca di una vita possibile. A Cutro, pochi chilometri a nord della spiaggia dove Caminiti vive, nel febbraio di tre anni fa, morirono 35 bambini in un naufragio che si sarebbe potuto evitare. Mentre si recuperavano i corpi, lui era lì, per testimoniare la pietà. Nasce su quella spiaggia e in quelle tormentate ore, l’opera che si propone, un “cavalluccio a dondolo”, un giocattolo costruito con i resti della barca sfasciata, su cui ha immaginato di far salire quei bimbi, e farli volare in alto, verso il cielo infinito, oltre la ferocia umana.
In questi anni, Caminiti ha esposto, con personali e collettive, in diversi Musei, Istituti di Cultura e Gallerie d’arte, anche con il patrocinio del Ministero della Cultura.
La sua prossima personale è in programma a Firenze (novembre) nella galleria d’arte “Immaginaria”; la sua ultima ( dicembre scorso ) è stata una grande installazione site-specific sul genocidio di Gaza nella città di Reggio Calabria.
