Italy, 8051960
La mia pittura nasce da una relazione con la memoria.
Non quella ordinata degli archivi, ma quella più fragile e irregolare: fatta di frammenti, immagini sospese, cose che restano nascoste per anni e che, a un certo punto, trovano il modo di tornare a galla.
Quando dipingo cerco di fermare sulla tela proprio questi frammenti. Li inseguo attraverso il colore, la luce, le ombre.
Mescolo, sovrappongo, tolgo, riprendo.
Finché accade qualcosa: emerge una presenza, una forma, un equilibrio inatteso.
È lì che mi fermo. È lì che riconosco il lavoro.
Uso la tela come un tempo usavo la scrittura.
Anche qui provo a raccontare storie, ma senza parole.
Le figure che affiorano — a volte riconoscibili, a volte appena accennate — non rappresentano qualcuno in particolare. Sono tentativi di dare forma a un modo di stare al mondo.
Non raccontano una memoria precisa.
Rendono visibile ciò che resta, ciò che ritorna, ciò che continua a esistere anche quando pensiamo di aver dimenticato.
